Il coronavirus, come rinascere dalle ceneri della globalizzazione

Il Coronavirus come senso di precarietà della vita per ricominciare a vivere

Il Coronavirus ci ha fatto conoscere il vero senso della paura. Ma la parola paura è una parola comoda, che non riproduce la situazione attuale che stiamo vivendo. La parola paura è lo stato d’animo che rappresenta un ottimo meccanismo di difesa, espressione di un pericolo determinato, che non è quello del coronavirus.

“Il coronavirus non è paura, ma angoscia.”

La paura è un meccanismo di difesa proprio dell’essere umano

Ho paura perché mi difendo, ma nel caso del coronavirus non possiamo parlare di paura perché il coronavirus non è un oggetto determinato. Come detto pocanzi la paura del coronavirus non è determinato ma indeterminabile. Mentre la paura di un incidente è determinato dal guidare, non abbiamo la certezza determinabile di chi può infettarci da coronavirus.

“E’ importante determinare l’oggetto di cui si ha paura, per preparare le persone a difendersi dall’angoscia.”

Dal terrore alla chiusura, la politica del coronavirus

Siamo passati nel giro di una settimana dal terrore nei confronti del coronavirus (e quindi alla sospensione dalla socializzazione) alla chiusura delle scuole, a cominciamo a uscire, andare a lavorare e al supermercato. In pratica abbiamo ripreso la vita normale. La situazione di paura e angoscia che si è venuta a creare è sostanzialmente tra le popolazioni e i governi. In questo rapporto non sono mancati di certo gli errori, ma gli errori si commettono quando hai a che fare con l’esperienza, non è che l’epidemia del coronavirus si presenta ogni anno e non si avevano le strutture adeguate per affrontarla. La politica deve tener conto anche del mondo della vita delle persone e soprattutto dell’economia, della sospensione di tutte le attività lavorative e le persone che dopo un po’ non ce la fanno più a stare in uno stato di reclusione e che quindi tendenzialmente tenderanno a riprendere la loro normale vita gradatamente

“La libertà e la sicurezza sono due interessi completamente diversi che trovano una mediazione spontanea tra loro.”

I comportamenti umani non sono prevedibili

I comportamenti umani non sono prevedibili come i teoremi matematici, dove si riescono a dedurre con esattezza risultati e conseguenze premesse fondamentali dei comportamenti umani. Quest’ultimi sono tra di loro assolutamente non decifrabili e non deducibili dai teoremi. La vita stessa non è una garanzia di sicurezza. Essere al mondo non vuol dire pensare che la vita sia in ogni suo aspetto garantita, la vita è anche incertezza, la vita e anche precatuttoggirietà. Non solo oggi ma da sempre è stato così.

“La vita non è qualcosa di sicuro e di assicurato, la vita è qualcosa di precario, e bisogna sapersi muovere in questa precarietà, prendendone coscienza.”

Non si può essere uomini e condurre una vita propria a l’insaputa della precarietà del vivere umano, e quella del coronavirus è l’occasione buona per ricominciare a riflettere su noi stessi, sul nostro modo di vivere nel quotidiano. Ci sono state molte vittime, milioni di contagiati, e i parenti dei contagiati, uno stato di angoscia e paura. Abbiamo vissuto e viviamo tuttoggi una tragedia mondiale. Ma come in tutte le esperienze è possibile rinascere dalle ceneri e imparare dalle tragedie.

Abbiamo scoperto di essere vulnerabili

L’era della globalizzazione, della facilità con cui è possibile ridurre le distanze, la così detta interconnessione globale, l’abbattimento dei confini, ci ha fatto scoprire il lato oscuro della globalizzazione. Nessuna tecnologia moderna può sottrarci dai pericoli, nessuna Nazione esclusa perché che lo si vuole o no, siamo un’unica grande Nazione dove il problema di una, si è dimostrato essere il problema di tutti. Abbiamo così scoperto il senso della condivisione globale, dell’angoscia globale, causa di uno stato che unisce tutti, un filo conduttore invisibile che cuce ogni stato nella grande tela di quella che è stata una pandemia a livello globale.

Il Coronavirus ha messo fine all’individualismo

Il coronavirus ha scoperto la fine dell’individualismo, tutti, nessuno escluso, paesi poveri e ricchi, paesi che sembravano lontani migliaia di chilometri combattono tutti sotto un’unica bandiera. Nessuno può più permettersi di pensare in maniera individuale, la scelta di uno è la scelta di tutti, basta pensare alla propria vita in maniera isolata. Occorre pensare alle interconnessioni della vita, un modo nuovo di ripensare che ci pone dei limiti alle scelte individuali.

Il Contagio dei mezzi di comunicazione

Il contagio più devastante, il vero terrorismo psicologico è stato quello dei moderni mezzi di comunicazioni, che non hanno saputo controllare le verità sul virus spingendo un allarmismo oltre le fonti ufficiali. Trovarsi di fronte ad un problema di importanza mondiali, che non è quello del clima, pone tutti noi di fronte alla consapevolezza della disinformazione di canali non ufficiali, favoriti dalla debolezza della comunicazione politica ed istituzionale.

Una riflessione globale

Nel male occorre sempre cogliere qualcosa da cui imparare. Il coronavirus deve essere un’occasione di riflessione per aprire la nostra vita, a quelle scelte che siano compatibili con chi vive il nostro mondo. Da oggi in poi non possiamo più permetterci azioni che impattino in maniera disastrosa ed irreversibile su tutto il genere umano.

“Dobbiamo ripensare a come possiamo essere migliori alla luce della precarietà propria della globalizzazione.”

Fonte: Siop.it